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venerdì, 19 apr 2013

OMONIMIE RISCHIOSE: THOMAS DOLBY V. DOLBY LABORATORIES

Post by on Cinema, marchi, Musica 464 0

Thomas_DolbyNegli scorsi decenni, fra i musicisti di lingua anglofona, era invalsa la pratica di mutuare il proprio nome artistico dai registri delle industrie, percorrendo in questo modo una strada potenzialmente azzardata.

 

Ad esempio, Steve Stills, prima di dare vita assieme a Dave Crosby, Graham Nash e Neil Young al celebre omonimo quartetto, fondò nella metà degli Anni ‘60, un gruppo denominato Buffalo Springfield, ispirandosi al nome di un’ industria produttrice di rulli compressori stradali a vapore. Ma se Stills ebbe fortuna, perché non risulta che la società gli abbia mai fatto causa, non fu così per un altro artista assurto a discreta fama nei primi Anni ‘80, ossia Thomas Morgan Robertson, meglio conosciuto come Thomas Dolby.

 

Questo nome non andava affatto a genio ai Dolby Laboratories Inc. e al loro fondatore, Ray Dolby. Quest’ultimo aveva inventato, verso la metà degli Anni ‘60, un sistema di riduzione del fruscio per registratori audio e video, tuttora conosciutissimo appunto col nome di Dolby system. Quando l’omonimo musicista apparve sul mercato discografico statunitense, i Laboratori gli inviarono una monitoria con cui minacciavano un’azione legale in caso l’artista avesse continuato ad avvalersi del nome Dolby. Tale minaccia fu messa puntualmente in atto nel tardo ‘85 (1), allorché Robertson, autore della colonna sonora del film ‘Howard The Duck’, apparve nei titoli di coda col suo nome d’arte, accanto al marchio ‘Dolby Stereo’ che sempre compare alla fine della ‘lista credits’ dei film.

 

I Laboratori chiesero l’inibitoria dell’uso del nome Dolby in connessione con film e registrazioni musicali, sostenendo che il musicista aveva deliberatamente inteso sfruttare la reputazione del marchio Dolby Stereo. Inoltre fu sottolineato che la gente sarebbe stata indotta a pensare che l’artista avesse fondato i Laboratori Dolby e che la reputazione di questi ultimi sarebbe stata legata alle vicende carrieristiche del musicista.

Il convenuto respinse gli addebiti della parte attrice e replicò che, a scuola, Thomas Dolby era il suo soprannome sin dall’età di quattordici anni. Inoltre sostenne di aver scelto tale nome perché avvertiva in esso un’ ”aura distintiva” a confronto di nomi di altri artisti di successo quali David Bowie, Stevie Wonder o Ringo Starr. Infine osservò che la sua carriera sarebbe stata danneggiata irreparabilmente in caso gli fosse stata negata la possibilità di continuare a lavorare sotto quel nome. La corte riscontrò l’esistenza della probabilità di confusione tra il nome Thomas Dolby e il marchio ‘Dolby’ degli omonimi Laboratori. Ma, poiché il musicista dimostrò in modo convincente la sua buona fede, la corte, basandosi sulle previsioni concernenti l’’uso leale’ contenute nel Lanham Act, permise al convenuto di continuare l’uso del nome d’arte, proibendogli unicamente di utilizzare il cognome Dolby da solo senza la previa apposizione del nome Thomas. Inoltre, impose al musicista di adottare le debite spiegazioni allorché egli si fosse trovato coinvolto in attività promuoventi qualsiasi tipo di ‘sound equipment’: infatti, in caso Robertson/Dolby avesse raccomandato apparecchiature di scarsa qualità, la reputazione dei Laboratori ne avrebbe subito un danno.

 

L’esame di questo caso, unito alla considerazione che in quest’epoca il music biz attraversa una grave crisi, tanto da essere costretto ad affidarsi a grandi sponsors per poter sopportare i costi ormai proibitivi delle tournée, suggerisce che la pratica di mutuare i nomi da società attive sul mercato risulta sempre più sconsigliabile, se il gruppo non vuole rischiare di avere problemi col suo ‘alter ego’ industriale.

 

(1) Dolby v. Robertson, 654 F. Supp. 815, 1 USPQ 2d 1041.

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