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Home » Cinema » NON SOGNARE LE LUCI DELLA RIBALTA SE NON HAI UN AVVOCATO
lunedì, 11 Mar 2013

NON SOGNARE LE LUCI DELLA RIBALTA SE NON HAI UN AVVOCATO

Post by on Cinema, Libri, Musica 639 0

spotlightQuesto il succo di un articolo apparso sull’Orlando Sentinel, che illustra il trend attuale dello show biz americano. E si sa che, prima o poi, tutto ciò che accade in America accade anche da noi in Europa

 

La testata rivela che nel Paese a stelle e strisce si registra ovunque un aumento delle iscrizioni alle scuole per aspiranti sceneggiatori, registi, romanzieri, musicisti… Ma quando si tratta di presentare una sceneggiatura, o di inviare un manoscritto o un demo, ecco che iniziano i problemi. E per risolverli, non c’è nulla di meglio della figura dell’avvocato dello spettacolo, l’entertainment laywer.

 

Gli artisti, infatti, sono quasi sempre ignari dei rischi strettamente legati al ‘business’ e tendono a concentrarsi unicamente sulla propria opera, realizzando con sorpresa, spesso dopo essere rimasti coinvolti in una vertenza legale, che la creatività e l’Arte oggigiorno vanno a braccetto con molti altri fattori. I rischi di accuse di violazione del marchio o del diritto d’autore sono così dietro l’angolo. Un problema incrementato anche dalle nuove tecnologie e dall’uso di Internet: non si contano, ad esempio, i ragazzi che mettono su Facebook una pagina relativa alla propria band, senza aver prima investigato se quel nome sia già stato adottato.

 

Oppure, i problemi possono sorgere in fase di cessione di diritti alle case editrici, cinematografiche o discografiche e dunque prima di firmarne i contratti, una controllatina con un esperto sarebbe un’ottima cosa, per non rischiare di legarsi mani e piedi a doppia mandata.

 

Dal canto loro, queste ultime cercano di tutelarsi preventivamente contro il problema inverso, chiedendo all’artista che propone il suo lavoro di firmare un accordo in cui si garantisce che se la major sta già lavorando a un progetto simile, l’artista rinuncia al diritto di citarla reclamando l’eventuale furto dei propri, analoghi contenuti.

 

Gli esempi concreti dei pasticci che possono crearsi non si contano: in campo musicale una causa recente è quella che ha visto protagonisti i Men at Work, pop band degli anni Ottanta che molti ricorderanno. I musicisti sono stati citati, e condannati, per aver plagiato una vecchia canzone australiana, la cui linea melodica è finita nel pezzo di flauto della famosa e accattivante canzone Down Under.

 

Nel mondo dei libri, Dan Brown (Il Codice Da Vinci), Stephenie Meyer (Twilight) o, in Europa, J.K. Rowling (Harry Potter), sono solo alcuni dei nomi che si possono fare e che si trovano alle prese con citazioni in tribunale, un giorno sì e l’altro pure, da parte di perfetti sconosciuti che il più delle volte cercano di rosicchiare una fetta della gigantesca torta con espedienti patetici, quando non addirittura truffaldini.

 

E quando le richieste non arrivano da terzi, spesso sono i collaboratori, o gli ex collaboratori, a citare l’artista. Il caso più frequente è quello in cui non si stabiliscono dall’inizio i confini compositivi, col risultato che, se una canzone ha successo, ecco la lotta intestina per stabilire chi l’ha effettivamente scritta, quando nei credits era stata attribuita a un’intera band o a un intero team per il semplice quieto vivere di tutti gli ego coinvolti.

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