Ultimamente si sta estendendo a macchia d’olio una pratica che trovo estremamente scorretta: quella di pattuire contrattualmente royalty in denaro e poi, quando si tratta di corrisponderle, accampare la scusa del poco venduto e/o della crisi aziendale per sostituirle con il pagamento in libri.
Molti autori, sia per il fatto che spesso si parla di poche decine di euro, sia perché mossi a compassione, cedono alla proposta e si ritrovano la casa invasa di libri manco avessero optato per una casa che pubblica a pagamento.
Orbene, poiché tanti o pochi, l’editore quei soldi li ha comunque incassati, non si capisce perché debba tenerseli e commutarveli in carta stampata. Posso capire, con la crisi, l’allungamento dei pagamenti, ma questa permuta è un trucchetto davvero fetente, a cui ormai ricorrono anche editori che, dall’esterno, godono di una certa reputazione e che, dall’esterno, sembrerebbero insospettabili.
Gli autori siano quindi elastici, magari, con le tempistiche di pagamento, ma non transigano sulla natura dello stesso. E, magari lo mettano ben in chiaro in sede di trattative contrattuali. Ancora meglio se se lo fanno scrivere nel contratto.
Diverso è il caso di quegli editori che prevedono la corresponsione in libri fin dall’inizio: lì si tratta di una libera scelta dell’autore, che magari accetta perché comunque gli interessa mettere in cantiere una prima pubblicazione free a prescindere da un eventuale ritorno economico. Ma se il patto è chiaro dall’inizio, ognuno sarà in grado di fare le sue valutazioni e decidere se accettare o meno senza successivi appelli pietistici da parte dell’editore, che non hanno alcuna ragione di essere (lo ripeto: lui quei soldi li ha incassati, non esiste che se li tenga sbolognando agli autori il rischio dell’eccedenza di magazzino).
Foto Rob Owen-Wahl/Pixabay





