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Home » editoria » PERCHE’ NON SI DOVREBBE PUBBLICARE A PAGAMENTO
giovedì, 18 Ott 2012

PERCHE’ NON SI DOVREBBE PUBBLICARE A PAGAMENTO

Post by on editoria 1251 1

no-eap blackCi sono molte ragioni per cui non pubblicare a pagamento: pratiche, economiche e giuridiche.

 

Non me ne sovviene alcuna, invece, per farlo.

 

Chi ricorre alla pubblicazione a pagamento lo fa perché non trova riscontro presso le tradizionali case editrici e lo fa, dunque, nell’erronea convinzione di aggirare l’ostacolo. Premesso che a volte questi ostacoli non hanno neppure a che fare con la qualità dell’opera, bensì con altri fattori come ad esempio il momento sbagliato o l’argomento sbagliato  (più autori di quanti non si creda non controllano i generi trattati da questo o quell’editore) e che, quindi, con un po’ di pazienza e di perseveranza, se ne potrebbe venire a capo, la pubblicazione a pagamento non è comunque la soluzione.

 

L’editoria angloamericana, da sempre caposcuola, ha in materia una regola aurea:

 

“il denaro fluisce dall’editore verso l’autore, mai il contrario”.

 

E non è un caso, perché se l’editore guadagnasse  primariamente dai propri autori, anziché dai propri lettori, va da sé che il suo interesse all’editing e alla promozione dei libri passerebbe in secondo e anche in terzo o quarto piano, finendo per ricadere solo sull’autore. Questi vistosi difetti sono stati abilmente evidenziati nella gustosa parodia di cui al video a fondo articolo.

 

Oltre a questo, l’ignaro autore a pagamento si illude di poter smerciare direttamente i propri libri senza avere idea di quanto ciò sia complicato. Intanto perché il parco lettori più prossimo a lui sono amici e parenti e ammorbarli per convincerli all’acquisto non è né carino nei loro confronti, né appagante (chi ci tiene a essere comprato per mera solidarietà, quando non per misericordia?).

 

In secondo luogo perché pochissime librerie accettano libri pubblicati a pagamento o comunque libri che non siano distribuiti da un distributore.

 

In terzo luogo perché è già difficile trovare spazi per la presentazione dei libri normali, figurarsi per quelli a pagamento.  Stesso discorso poi per segnalazioni o recensioni sui media. A meno di non pagare anche per quelli, naturalmente. Ma  poiché il numero delle presentazioni nei locali o di recensioni sulle testate non è comunque direttamente proporzionale alle vendite dei libri, si ritorna comunque daccapo.

 

L’autore a pagamento si troverà dunque, ben presto, con centinaia di libri da smerciare, con una considerazione nulla da parte del normale circuito editoriale e con un’invisibilità frustrante.

 

Certo, le case editrici tradizionali non garantiscono comunque il firmamento letterario: di solito sono piccole e con poche risorse, tuttavia fanno del loro meglio proprio perché il loro interesse coincide con quello dell’autore, ossia guadagnare dal pubblico.

 

Certo, anche in questo caso un impegno in prima persona da parte dell’autore va comunque messo in conto, se si vogliono raggiungere dei risultati. Tuttavia egli non pagherà nulla e, anzi, percepirà sicuramente qualche  piccolo introito derivante dal diritto d’autore. E poi non sarà stigmatizzato dalla filiera editoriale come viene stigmatizzato invece chi decide di imboccare la via della pubblicazione a pagamento.

 

C’è anche il caso che del suddetto stigma, all’autore possa non importare alcunché. Benissimo, ma anche in questo caso, perché pubblicare a pagamento? Si pubblichi, piuttosto, col sistema del print on demand, che opporrà gli stessi ostacoli promozionali della pubblicazione a pagamento, ma non comporterà almeno,  né quei costi, né una condivisione degli introiti da parte di soggetti terzi.

 

Sin qui abbiamo evidenziato le considerazioni economiche e pratiche. Veniamo ora a  quelle giuridiche che, a differenza delle prime, sono quasi completamente sconosciute anche agli autori più navigati: ottenere un contratto per una pubblicazione a pagamento, non equivale affatto ad ottenere un contratto di edizione. Su questo punto la legge sul diritto d’autore, all’art. 118, è chiarissima, definendo il contratto di edizione come

 

“Il contratto con il quale l’autore concede ad un editore l’esercizio del diritto di pubblicare per le stampe, per conto e a spese dell’editore stesso, l’opera dell’ingegno, è regolato, oltreché dalle disposizioni contenute nei codici, dalle disposizioni generali di questo capo e dalle disposizioni particolari che seguono”.

 

L’autore concede l’esercizio di alcuni diritti di cui dispone  e, in cambio, l’editore si sobbarca le spese necessarie a tale esercizio. Nella pubblicazione a pagamento, poiché è l’autore che paga  le spese, non si tratta dunque di un contratto di edizione ma, piuttosto, di un contratto di appalto, disciplinato dall’art 1655 del codice civile. L’appalto è infatti

 

“il contratto col quale una parte assume, con organizzazione dei mezzi necessari e con gestione a proprio rischio, il compimento di un’ opera o di un servizio verso un corrispettivo in danaro”.

 

In pratica, il cosiddetto ‘editore a pagamento’ non è affatto un editore, bensì un mero tipografo. E, soprattutto, questo contratto non comporta il trasferimento di alcun diritto, come del resto ha sottolineato anche la giurisprudenza. Indipendentemente dal nomen iuris sul frontespizio del documento, poiché nell’interpretazione qualificativa del contratto prevalgono gli elementi di fatto rispetto a quelli meramente formali.

 

 

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