I DEVASTANTI EFFETTI DI WIKIPEDIA SULL’EDITORIA

Il principio di un’enciclopedia on-line gratuita, aperta ai contributi esterni, è un principio in teoria condivisibile. Il problema nasce quando si adotta la formula che si è effettivamente adottata:

 

1. prendere un gruppetto di anonimi controllori celati dietro a un nickname, che molto spesso applica i propri assai questionabili criteri personali, anziché quelli che la stessa Wikipedia s’è data;

2. permettere a chiunque di scrivere su qualunque cosa, dal momento che non siamo tutti tuttologi e ogni voce andrebbe scritta da persone che sanno quello che scrivono (sono buona e voglio sorvolare sulla forma in cui alcuni lo scrivono, quindi mi limito alla critica del contenuto).

Non credo che sarebbe stato difficile affidare il controllo a team più qualificati rispetto a gruppi di volontari che nemmeno si sa chi siano, selezionando i curatori delle singole voci in base a candidature spontanee, ma qualificate. Il pubblico avrebbe comunque potuto partecipare proponendo voci di cui avesse rilevato la necessità di includere in una tale enciclopedia.

Questo è il modo in cui l’avrei organizzata io. Si è invece scelto ciò che ho appunto descritto sub 1) e 2), il che rende l’autorevolezza di Wikipedia assai dubbia.

Purtroppo però, non solo le nuove generazioni la prendono come se fosse la Bibbia, ma alcuni dei suoi questionabili criteri editoriali stanno iniziando a invadere le case editrici, probabilmente anche perché le nuove leve che vi lavorano appartengono appunto alle generazioni di cui sopra.

Uno di questi criteri riguarda la redazione delle note. Sempre più spesso leggo di saggisti o editor che ricorrono a due tecniche assolutamente inutili per quanto riguarda l’ indicazione delle fonti on-line utilizzate:

1. L’indicazione dell’ultima volta che si è consultata la fonte on-line citata

Questo può avere senso in un progetto come Wikipedia, ma in un saggio è una cosa assolutamente cretina. A me lettore cosa può importare quando è stata consultata l’ultima volta la fonte? Potrebbe essere stata consultata il giorno prima ed essere già sparita da internet. Inoltre, evidenziare questo arco temporale non fa altro che evidenziare al lettore la vetustà del volume che sta leggendo, se allo scopo non fosse bastato l’anno di pubblicazione . E questo rappresenta un evidente autogol per una casa editrice;

2. L’indicazione del link alla pagina precisa (cosiddetto deep linking)L’inutilità di questa indicazione è un corollario del punto 1 qui sopra.

Infatti, di nuovo, quella pagina potrebbe essere stata rimossa, oppure spostata e quindi il link non sarebbe più valido; inoltre, può essere una comodità se si sta leggendo un ebook, perché a quel punto si clicca direttamente sul link. Ma sul cartaceo non ha alcuna utilità, si fa molto prima a fare come si è sempre fatto finora e cioè indicando esattamente il nome dell’autore della fonte online, il titolo, la data e la semplice indicazione della home page. Una volta inseriti questi elementi in Google, se la fonte è ancora on-line apparirà subito e tra l’altro è l’unico modo per rintracciare un deep link che sia stato spostato nel frattempo.

Senza contare che, riguardo al deep linking, esiste una vecchia diatriba giuridica, che poteva avere più senso agli albori di internet rispetto a come poi esso si è sviluppato, ma che comunque, di fatto, non è mai stata definitivamente risolta.

Agli esordi infatti, le pubblicità di un sito, per via della limitatezza dei template dell’epoca, poteva comparire solo in homepage e fra l’altro il numero del sotto pagine era assai limitato (i blog erano ancora molto lontani). Era quindi considerato illecito indicare link a delle sottopagine precise, perché in questo modo si bypassavano le pubblicità, sottraendo al sito il suo sostentamento.

Giuridicamente, la questione è rimasta aperta e se anche oggigiorno i moderni template permettono di creare infinite sottopagine (pensiamo solo ai post di un blog) e, al contempo, di mantenere visibile la pubblicità ovunque, il deep linking nelle note di un saggio rimane una pratica inutile (per i motivi già spiegati sopra), oltre che estremamente antiestetica.

Faccio quindi un appello agli editori, agli editor, ai correttore di bozze, ai redattori, ai giornalisti, gli autori (in particolare saggisti): non wikificate i vostri libri, adottando le due pratiche che ho descritto ! Possono avere un senso su una piattaforma interattiva e costantemente aggiornata 24/7, ma un libro è un’altra cosa (grazie a Dio).

Adottare questi due criteri in un libro è solo antiestetico, inutile, di dubbia liceità e, soprattutto, è estremamente, estremamente ridicolo. State infatti declassando un libro a una voce qualunque di Wikipedia.

E anche questa è un’ orrida forma di cancel-culture.

Culture, fra l’altro, con la C maiuscola, sacrificata sull’altare di una c minuscola da fast food neuronico.