LA GUERRA DI WINNIE THE POOH

Qualche anno fa, la Disney si è aggiudicata, a seguito di una causa durata 18 anni, il pieno sfruttamento dei diritti su Winnie the Pooh. Ma il tenero orsacchiotto vanta una storia da ‘legal thriller’ non esattamente in linea con l’immagine batuffolosa che istintivamente gli attribuiamo perché è stato infatti al centro di feroci lotte legali ed economiche, a volte condotte oltre il filo della legalità.

La vicenda affonda le radici negli anni ’30, quando Stephen Slesinger ottenne dal creatore dell’orsetto, A.A. Milne, i diritti di sfruttamento del merchandise.

Dopo la morte di Slesinger, nel 1983 la vedova cedette tali diritti alla Disney, che mise in campo tutta la sua potenza di fuoco per ricavarne profitti milionari.

Nel 1990 tuttavia, gli eredi Slesinger contestarono al colosso di Burbank l’inadempienza contrattuale, sostenendo che la società non era stata trasparente nell’elencazione di tutti i profitti ricavati dallo sfruttamento di Winnie. Di conseguenza, la famiglia Slesinger avrebbe ricevuto royalty inferiori a quelle effettivamente dovute. Ma l’accusa, che era stata corroborata da documenti segreti rubati alla Disney tramite investigatori privati assoldati dagli Slesinger, si ritorse contro questi ultimi e il giudice rigettò le istanze.

Il fulcro della lotta si spostò allora in un tribunale federale, dove le parti si fronteggiarono a suon di presunte violazioni di marchio e diritto d’autore da un lato, e di richieste di poter cessare di corrispondere le royalty dall’altro.

Il giudice Florence-Marie Cooper ha posto fine alla quasi ventennale faida, stabilendo che marchio e diritto d’autore appartengono legittimamente alla Disney. Tuttavia questa dovrà continuare a corrispondere agli Slesinger le royalty ogni volta che Winnie e i suoi amici appariranno in pellicole o sotto forma di articoli di merchandise.

Peggio di una soap opera…

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