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sabato, 09 mag 2015

SCHEDE, DISTRIBUTORI E DOPPI BINARI

Post by on Case editrici, editoria 1416 0

railwayA pochi giorni di distanza da questa notizia, mi viene segnalata una discussione, su un noto forum di scrittura, in cui emerge come una medio-piccola editrice che, negli anni, si era costruita una solida reputazione (e che io stessa stimavo) si sia ora convertita al doppio binario.
Questa volta non si incolpa, però, la crisi economica. Nella discussione, in cui interviene lo stesso ex editore (perché tale va qualificato e, se leggete abitualmente questo blog, lo avete imparato ormai, vero, che chiedere un contributo di pubblicazione equivale a spogliarsi del titolo da soli, giuridicamente parlando?), si fa invece  riferimento, dapprima, alla scarsa ricettività del mercato verso gli esordienti (invece, pagando, capirai come aumenta, eh…). Una giustificazione talmente trita da essere ormai polvere.

Ma, successivamente, ecco il colpo di scena! Con inventiva tutta nuova, il forum viene informato del fatto che la richiesta di contributo (e, trattandosi di 5000 euro,  più che ‘contributo’ lo definirei ‘chiavi in mano’ e  ciò anche nella sua forma ‘compressa’ di 3000 riportata da alcune testimonianze quale ripiego di fronte ad autori titubanti) riguarda  le attività promozionali e, segnatamente, la preparazione di una costosissima cartella che presenta tutte le novità alle librerie. Viene altresì dichiarato che la preparazione della suddetta è una delle attività più impegnative che coinvolgano la struttura (che ne è stato della selezione manoscritti, dell’editing, della promozione presso i potenziali lettori, della vendita dei diritti secondari non è dato sapere… Mah!) .

 

Fra tutte le leggende metropolitane che ho raccolto sin qui, inclusa quella del ‘contributo per il codice ISBN’ (che  finora mi era parsa la più originale), quella delle schede per il distributore è senza dubbio la più scoppiettantemente fantasmagorica. Poiché questa storiella può essere raccontata, forse, a un esordiente, che in quanto tale non conosce ancora la filiera del libro, e al lettore terzo. Ma al di là di queste categorie, trattasi di trovata esilarante. Perché questa attività non è affatto una cosa eccezionale, bensì un’attività che fa qualunque editore, NORMALMENTE, con cadenza bimestrale.

Quanto alla costosità, costa semplicemente il tempo di assemblarla e lo sforzo di pensare a una breve presentazione accattivante per ciascun libro. E non dico che concepire una presentazione accattivante sia qualcosa che spunta autonomamente sugli alberi e poi si possa semplicemente raccogliere come una mela matura, ma da qui a definirla costosa in termini monetari, ci sta la Fossa delle Marianne (11.000 metri, per la cronaca).

E’, semplicemente, una delle attività intellettuali che fanno parte del normale carico di lavoro di una casa editrice.

 

Queste ‘giustificazioni’ mi sono parse francamente  surreali (e cioè ben oltre la consueta arrampicata sugli specchi cui siamo ormai abituati), ma la cosa più irritante è la dichiarazione, sempre da parte dell’ex editore, secondo cui qualunque piccola casa editrice che prometta di fare l’attività di schedatura senza richiedere contributi è in mala fede (con ciò, deduco voglia sottintendere che menta, anche perché, letteralmente, la frase non significa altrimenti nulla).

 

Ora, non solo questo ex editore si autoaccusa di suddetta malafede, visto che fino a qualche tempo fa lui stesso non chiedeva contributi, ma conoscendo io stessa tante piccole realtà che lottano ogni giorno per restare a galla senza chiedere un centesimo agli autori, trovo questa MENZOGNA vergognosamente offensiva nei confronti di costoro.
Hai deciso di cambiare la natura della tua attività? Benissimo, è una scelta che puoi fare, nessuno te la contesta, il business è tuo e lo puoi condurre come ti pare, visto che siamo nell’area del giuridicamente lecito. Ma non ricorrere a giustificazioni false e non accusare gli altri di malafede. Ammetti semplicemente e onestamente che il contributo ti pone al riparo da qualsiasi rischio e che d’ora in avanti non sei disposto a farne a meno. Però lascia stare coloro che, quel rischio, continuano coraggiosamente ad affrontarlo.

 

Chiudo quindi con un ‘caveat’ agli autori: se non trovate chi vi pubblica (qualsiasi sia la ragione, e non sempre è la cattiva qualità dell’opera), autopubblicatevi e, se non siete pratici, spendete magari un terzo di queste cifre per farvi aiutare da un self publishing assistant.

Ma se proprio avete soldi che vi crescono e volete avvalervi a tutti i costi di un servizio di pubblicazione a pagamento, perché vi sembra più professionale del self publishing, fatelo almeno scientemente. Sapendo cioè che non c’è nulla che un tale servizio vi possa offrire, che un qualsiasi piccolo editore vi offra già solamente a fronte dei diritti di licenza della vostra opera per un determinato periodo di tempo.

Senza un centesimo aggiuntivo.

 

NOTA BENE – Non faccio il nome delle ex editore non per timori di querele, visto che in questo post non c’è alcunché di querelabile, ma perché non voglio dare risonanza a chi si dedica a questo tipo di attività librarie.

E perché ciò che mi interessa, in questo blog, sono i concetti e gli insegnamenti giuridici da trarne, non il giornalismo d’inchiesta (quello, come ben noto, rispondente invece al chi, come, dove e quando che in questa sede non sono rilevanti)

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