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Home » editoria » LA FIGURA DEL GHOST WRITER – INTERVISTA A SUSANNA DE CIECHI
martedì, 01 set 2015

LA FIGURA DEL GHOST WRITER – INTERVISTA A SUSANNA DE CIECHI

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“Il trucco c’è, ma non si vede”. E’ con questo aforisma che potremmo riassumere l’opera dello ‘scrittore fantasma’, così diffusa nel mondo editoriale di lingua anglosassone, ma poco sfruttata nel nostro Paese, se non quando si tratta di far pubblicare i VIP dello spettacolo o dello sport.

 

Per approfondire meglio il tipo di lavoro svolto da questo particolare operatore editoriale, ho intervistato Susanna De Ciechi, ghost writer milanese con alle spalle un’esperienza di oltre vent’anni come giornalista freelance e nel campo della comunicazione. In qualità di ghost writer ha all’attivo autobiografie, memoir, romanzi e messaggi nella bottiglia destinati a essere recapitati a persone speciali. È uscito da poco il suo ultimo libro, La regola dell’eccesso, un romanzo autobiografico di cui è co-autore Renato Tormenta.

 

In Italia la figura del ghost writer è ancora poco usata e quindi poco conosciuta. Cominciamo quindi a spiegare al pubblico le basi: cosa fa, esattamente, un ghost writer?

Un ghost writer sviluppa e traduce in scrittura ciò che un altro gli racconta. Questo in estrema sintesi, poi ciascuno lo fa secondo il proprio stile. Io, per esempio, scrivo una biografia romanzata avviando una sorta di viaggio che dura mesi, in compagnia della persona che mi racconta la storia della sua vita.

 

Come nasce l’idea di intraprendere questa professione?

Ho sempre pensato che prima o poi avrei scritto delle “storie”, ma il lavoro di giornalista mi assorbiva completamente. Un giorno mi sono accorta che il tempo passava e il mio sogno restava chiuso nel solito cassetto. A quel punto ho deciso di dare una svolta alla mia vita e ho cominciato a scrivere storie basate su vicende reali, romanzandole.

 

Quali sono le doti indispensabili, secondo Lei?

Umiltà, curiosità, equilibrio, disponibilità, capacità d’ascolto, organizzazione. Inutile dire che occorre saper scrivere. Scrivere è un mestiere, non ci si può improvvisare scrittori. Il talento è qualcosa in più.

 

Immagino che non sia facile, a volte, frenare certe richieste del committente che magari possono essere belle in astratto ma che possono non funzionare sulla carta. Come si dirimono i conflitti di questo tipo?

Non c’è conflitto, ma confronto. Se il libro che stiamo scrivendo è destinato a rimanere privato posso concedere alla scrittura un passo diverso, un maggiore spazio alle esigenze del narratore, pur con certi limiti. Se l’obiettivo della scrittura è la pubblicazione allora decido io. Il narratore può insistere su un certo episodio, a lui particolarmente caro, ma se non funziona, se è narrativamente irrilevante, resterà confinato nella cartella dei “Trucioli”.

 

Quali sono gli altri problemi in cui si imbatte più frequentemente nel
corso della propria carriera?

Il rischio principale è quello di non riuscire a stabilire la giusta empatia con il narratore. Ai primi incontri ci si “annusa”, ci si scruta. Io cerco di decifrare la persona che ho di fronte, un po’ mi fido del mio istinto. Considero il ghost writing come un matrimonio combinato, sia pure a tempo. Due perfetti estranei si trovano a vivere insieme e uno dei due si deve svelare all’altro. Se non c’è feeling non si può fare. Fino ad oggi sono stata fortunata, non ho mai avuto questo tipo di problema, ma ho anche rifiutato diversi incarichi.

 

E quelli legali?

Finora nessuna grana di questo tipo. Utilizzo un buon contratto, stilato da un professionista esperto, che chiarisce ogni aspetto del servizio di ghost writing. Essere trasparenti dall’inizio evita equivoci e contestazioni.

 

Ha qualche aneddoto che vuole condividere, positivo o negativo che sia?

Ah, di aneddoti ne ho tantissimi, potrei scrivere… un libro, ma sono vincolata dal segreto professionale: non posso raccontare nulla dei miei narratori.

 

Esiste un cliente tipo?

I miei narratori sono tutti molto diversi l’uno dall’altro, si tratta di persone che per carattere e percorsi di vita sono lontanissime. Tuttavia condividono alcune caratteristiche: sono coraggiosi, una dote che oggi è di pochi, avventurosi e anche un po’ narcisi. Ci vuole molto coraggio sia per ripercorrere la propria storia con onestà sia per affidare la propria vita, senza alcun pudore, a uno sconosciuto, il ghost writer.

 

Qual è il genere che Le viene più richiesto: narrativa, saggistica o biografia?

Soprattutto autobiografie romanzate, magari declinate in misure diverse: tutta la vita oppure un episodio che ha rappresentato un punto di svolta e che, talvolta, fa da volano per un romanzo vero e proprio. Qualche volta anche testi che rappresentano un messaggio che si vuole lasciare a qualcuno, un segreto doloroso da svelare. Ogni richiesta viene sviluppata in relazione alle esigenze del narratore.

 

Con quali tempistiche vi viene imposto di lavorare, oggigiorno?

Talvolta chi mi contatta è convinto di poter iniziare a lavorare con me da subito e magari di avere il libro finito in un paio di mesi. Una volta che hanno capito come lavoro, accettano anche la mia tempistica che varia in relazione ai miei impegni e al tipo di richiesta che mi viene fatta. Il tempo dev’essere quello che serve, non accetto compromessi, piuttosto rifiuto l’incarico.

 

Il tasto dolente della congruità delle remunerazioni: ci fa una fotografia della situazione italiana?

Oggi lo scrittore fantasma svolge un ventaglio di attività differenti e variamente retribuite. In Italia c’è chi lavora gratis e chi ricava un discreto guadagno avendo in più anche la soddisfazione del credito in copertina come co-autore. Il compenso può essere forfettario o in combinazione con una condivisione delle royalties sulle vendite, ma è difficile generalizzare, occorre valutare ogni singolo lavoro, tuttavia è senz’altro basso in relazione all’impegno richiesto.

 

Sa se, all’estero, la situazione è più rosea?

Andrew Crofts, il ghost writer inglese che è stato definito un produttore seriale di best seller, in una intervista rilasciata lo scorso anno a La Repubblica, ha dichiarato di chiedere in media 130mila euro per ogni lavoro. A parte eccezioni come questa, mi risulta che i compensi nei Paesi anglosassoni partano da una base di 30mila dollari. Parliamo di fantasmi che, producendo un paio di libri l’anno, possono concedersi una vita da tranquilla a brillante.

 

I traguardi di cui va più fiera?

Potrei rispondere facilmente l’ultimo libro, uscito da poco più di un mese, La regola dell’eccesso scritto da me e da Renato Tormenta, il mio narratore e co-autore, oppure quello la cui uscita è prevista in autunno, una storia ambientata nella ex Jugoslavia durante la guerra dei Balcani, o ancora il libro che sto scrivendo ora. In realtà la cosa di cui vado più fiera è l’amicizia, il rapporto speciale che ho intessuto con i miei narratori, tutte persone straordinarie da cui ho imparato, e ancora imparo, tantissimo.

 

Come vengono accolti, dagli addetti ai lavori (editori, giornalisti, eventi letterari, librerie) i testi commissionati a un ghost?

Dipende dal tipo di libro. Gli editori non amano il genere autobiografico se il protagonista del libro è uno sconosciuto. Qui non contano i contenuti o la scrittura, ma la fama di chi firma il libro per cui il calciatore famoso risulta comunque un autore gradito. Ritengo che il self-publishing professionale, e sottolineo professionale, sia la destinazione ideale per questo genere letterario. È un percorso impegnativo, ma consente una grande libertà d’azione e assicura royalties maggiori rispetto a quelle promesse da un eventuale editore. La stampa off e online mostra livelli d’interesse diversi, rispetto al tipo di libro che si propone inoltre ci sono sempre più librerie disposte a dare spazio alla realizzazione di eventi e sono entusiaste all’idea di poter proporre non solo un libro, ma anche il ghost writer che l’ha scritto. C’è un’eccellente apertura anche da parte di importanti Festival letterari. Insomma, chi è del mestiere, attento alle trasformazioni in atto nel campo dell’editoria, aperto alle novità, una volta verificata la qualità del libro, mostra la massima disponibilità. Ovvio che ogni tanto capita di inciampare in personaggi particolari, legati a logiche clientelari. Costoro sono interessati a difendere la posizione, arroccati dietro mura che di fatto sono già crollate. Per quanto mi riguarda cerco di valutare le novità senza pregiudizi, poi il tempo opererà una selezione.

 

Qualche consiglio finale a chi intendesse provare a intraprendere questa strada?

È un lavoro difficile e totalizzante. Scrivere è un mestiere duro. Occorre dotarsi di tutti gli strumenti che servono per acquisire un alto livello di professionalità, poi ci vogliono delle doti personali innate: la capacità di sviluppare una speciale empatia con il narratore, saper ascoltare in modo attivo, rispettare i tempi e i silenzi dell’altro pur mantenendo il proprio ruolo per assicurare il miglior risultato finale. Il narratore dovrà sentirsi a proprio agio sia nel rapporto con il ghost writer sia tra le pagine del libro, frutto della loro collaborazione. Per cogliere il risultato è fondamentale poter contare su quella speciale esperienza che si acquisisce solo avendo vissuto. Non è un lavoro per giovanissimi!

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