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Home » marchi » LO STRANO CASO DELLA BANANA
venerdì, 28 Set 2012

LO STRANO CASO DELLA BANANA

Post by on marchi, Musica 692 0

Velvet_Underground_and_NicoUn vero caso da manuale, quello approdato sulla scrivania di un giudice della Corte Federale di Manhattan agli inizi dell’anno.

Lo storico gruppo Velvet Underground ha infatti citato la Andy Warhol Foundation, che amministra i diritti sulle opere dell’omonimo artista deceduto nel 1987.

Oggetto del contendere, l’immagine del famosissimo album Velvet Underground & Nico, conosciuto alternativamente, e universalmente da qualunque appassionato di rock, come l’Album della Banana, per via del disegno di quel frutto, opera appunto di Warhol, che campeggia sulla copertina bianca del disco.
I superstiti della band vorrebbero impedire alla Fondazione di concedere l’immagine in licenza ad Apple, la quale vorrebbe usarla per la grafica dei suo Ipad e Iphone, in quanto essa sarebbe diventata una sorta di marchio identificativo della band, ancorché mai registrato come marchio di servizio, una sorta di ‘secondo nome per immagine’.

L’idea non è così peregrina come forse potrebbe apparire di primo acchito. Infatti, pur non essendo a conoscenza di uguali circostanze, fra le pronunce statunitensi su vertenze ‘miste’ – con richieste di deposito di marchi di servizio che da una lato coinvolgevano questioni di pubblica notorietà e dall’altro questioni molto vicine alle problematiche del diritto d’autore o a diritti della personalità – si contempla almeno un caso simile.

 

Nella vertenza Buffett v. Chi – Chi’s Inc., il Trademark Trial and Appeal Board riconobbe infatti che un musicista può godere di diritti analoghi a quelli del marchio in riferimento al titolo di una canzone che sia divenuta famosa presso il pubblico. Nella fattispecie, la Chi-Ch’s Inc., titolare di una catena di ristoranti messicani, richiese la registrazione, come marchio di servizio, del nome Margaritaville. Il cantautore Jimmy Buffett, a norma della Sezione 2 [a] del Lanham Act (la legge americana sulla proprietà intellettuale), si oppose, in quanto questo nome era stato il titolo di un suo hit del 1977 e perciò poteva suggerire una falsa connessione con la sua persona (oggi margaritaville.com è addirittura il dominio del suo sito.

 

La Chi-Chi’s Inc. replicò che Buffett non aveva usato il nome Margaritaville per contraddistinguere beni o servizi connessi con la ristorazione, e che, pertanto, non sussisteva alcun pericolo di confusione. L’Appeal Board concluse però che l’uso che del marchio viene fatto non rileva ai fini dell’applicabilità della Sezione 2 [a] del Lanham Act quando ricorrano le seguenti condizioni:

 

(a) il marchio del convenuto presenti un’uguaglianza o una vicina approssimazione rispetto al nome o all’identità usati in precedenza dall’attore;

(b) il marchio sia stato riconosciuto come tale;

(c) l’attore non sia collegato all’attività svolta dal convenuto sotto quel marchio;

(d) il nome o l’identità goda di sufficiente fama o reputazione tali che, quando il marchio del convenuto sia usato per beni o servizi, una connessione con il convenuto possa essere presumibile.
Tuttavia, nel caso dei Velvet, a meno che il gruppo riesca a dimostrare che Warhol gli abbia ceduto i propri diritti sull’immagine, vi è da dubitare fortemente che l’acquisizione di un distintivo significato secondario possa annullare completamente il diritto d’autore che nasce in capo all’artista nel momento della sua creazione. Un vantaggio che, invece, il ristorante del caso Buffet non aveva potuto fare ovviamente valere.

 

E’ dunque verosimile che il giudice si troverà a rilasciare una pronuncia che tenga conto di due legittime pretese confliggenti, entrambe ugualmente valide, e dovrà dunque contemperare entrambi i diritti in gioco.
Dal canto suo, in primavera, la Warhol Foundation ha chiesto al giudice l’archiviazione del caso, sulla base del fatto che la band non esiste più da 40 anni, non ha un programma di licenze in atto sul marchio contestato, né è minacciata da alcuno in base alle suddette.

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