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Home » editoria » LA FIGURA DELL’EDITOR: INTERVISTA A LIVIA ROCCHI
venerdì, 08 Feb 2019

LA FIGURA DELL’EDITOR: INTERVISTA A LIVIA ROCCHI

Post by on editoria, Libri 733 0

Editor freelance: come nasce l’idea di intraprendere questa professione?

In realtà non è mai nata, è successo per caso quando ho iniziato a leggere e commentare manoscritti inediti dei miei amici. Uno di questi è stato pubblicato tenendo conto di molte delle osservazioni che avevo fatto io. Poi sono entrata in FIAE, Forum Indipendente Autori Emergenti, dove ho trovato una bellissima realtà (oggi purtroppo chiusa): altri aspiranti scrittori, molto bravi, preparati e generosi, che si scambiavano pareri e consigli sui rispettivi testi. È stata una palestra formidabile.

 

Il primo lavoro da copy-editor con una casa editrice vera invece, è stato per Camelozampa con cui collaboro ancora sia per editing a inediti, sia per revisioni di traduzioni. Contemporaneamente a queste esperienze sono stata autrice per un progetto di De Agostini e Piemme, con quattro o più livelli di correzione in cui i miei testi venivano passati ai raggi X da più persone. È stato umiliante, sfiancante ma anche utilissimo. Ho capito la differenza tra un lavoro autoriale e quello su commissione, ma anche come si dà (e si riceve) il meglio da entrambi i lati della “barricata”, anche se è sbagliato chiamarla così.

 

Quali sono le doti indispensabili, secondo te?

La pazienza sicuramente, perché spesso devi leggere e rileggere molto attentamente un testo che magari non è nemmeno nelle tue corde. La curiosità, perché ti spinge a imparare sempre cose nuove che possono tornarti utili. Per “cose nuove” intendo sia gli strumenti del mestiere (tecniche di scrittura, tendenze del mercato, politiche editoriali, mutamenti del linguaggio) sia letteralmente qualsiasi cosa in qualsiasi campo, perché nei romanzi si può parlare di qualsiasi tema: arte medievale, opera lirica, storia contemporanea, meccanica quantistica, uncinetto, allevamento di cincillà… Ogni nozione acquisita può essere utile per “stanare” una svista. Dato che però non si può essere delle enciclopedie ambulanti, un’altra dote indispensabile è l’istinto, qualcosa che ti faccia suonare un campanello d’allarme per ogni minima potenziale stonatura. Ma anche la capacità di mettere in dubbio tutto: quel fiore sboccia davvero a giugno in Scozia? Ludovico il Pio era davvero figlio di Alessandro Magno? E si chiamava Ludovico o Lodovico? È possibile che questo personaggio mangi tre piatti di ravioli alla zucca (poi torni indietro di 100 pagine e ti accorgi che ha detto di essere allergico alle cucurbitacee)? Serve anche l’esperienza che ti aiuta a crearti un metodo di lavoro. È indispensabile un pizzico di empatia perché gli autori non sono sempre felici che qualcuno metta becco nel loro lavoro e da autrice li capisco. Ma da autrice so anche quanto sia importante un editing fatto bene: accurato e rispettoso della tua voce e delle tue intenzioni.

 


L’editing è un’arte sottile e sfumata, come si riesce a evitare che la revisione stravolga la natura del testo originale?

Io parto dal presupposto che un testo non debba essere stravolto, a meno che non sia l’autore stesso a rendersi conto che la storia c’è, ma il modo in cui l’ha raccontata non funziona. In generale se è tanto brutto da dover essere stravolto forse andrebbe scartato o riscritto. È difficile da accettare quando c’è anche qualche elemento buono, qualche idea originale, qualche frase particolarmente ben riuscita, e tanto lavoro che rischia di essere sprecato. Ma un testo è un corpo unico e molto complesso; non sempre si può tagliare qualche pezzo, aggiustarne qualche altro e sperare che “cammini meglio”. Però secondo me l’editor propone e l’autore dispone perché il libro è di chi lo scrive. Io faccio le mie proposte di cambiamento, le sostengo a spada tratta, discuto, porto esempi, insisto, ma la scelta finale deve essere dell’autore, quindi a un certo punto alzo le mani anche se in totale disaccordo. L’autore deve fare le sue scelte con le relative conseguenze, positive o negative. Certo, tra le sue scelte, c’è sempre l’opzione “dar retta a me” che consiglio fortemente, e con questo non intendo dire che debba accettare sempre tutto quello che suggerisco io, ma solo essere davvero aperto e disponibile a fare almeno una prova prima di dire: “No”.

 

 

Come si dirimono gli eventuali conflitti con gli autori?

Come dicevo sopra: accettando le loro scelte dopo aver sostenuto in tutti i modi il proprio punto di vista. Non tutto quello che è uscito dai miei editing era come l’avrei voluto io, ma è giusto così.

 


Fino a che punto l’editor è semplicemente tale e quando diventa invece un “book doctor?

Domanda da tanti milioni di dollari. In realtà, secondo me, non esiste un unico tipo di editing, anzi: ce n’è uno per ciascun autore, se non per ciascun libro. L’ideale sarebbe conoscere bene l’autore con cui si lavora, aver letto altri suoi lavori, aver capito se ha una voce, uno stile, qualche caratteristica peculiare altrimenti si rischia di “appiattirlo”. Bisognerebbe capire quali sono le sue intenzioni e le sue lacune: vuole far passare un messaggio? Vuole sperimentare? O non ha le idee chiare? Vuole imparare? Si crede spiritoso? Lo è? Ha poca fiducia in se stesso/a? Osa? Fa il compitino? Ha fatto ricerca sul tema che sta trattando? Quanta? A quali autori si ispira? E altre decine di domande le cui risposte sono un punto di partenza che può portare il tuo intervento in tante direzioni diverse.

 

Se c’è conoscenza e stima reciproca il lavoro in tandem può diventare davvero entusiasmante. A volte gli autori hanno intuizioni interessanti, ma che poi non riescono a “mettere in ordine” nel modo più efficace. L’editor deve prendere le carte messe in tavola dall’autore e magari fargli vedere il modo in cui disporle perché il lettore sia in grado di ammirare il bellissimo castello che costruirà alla fine. Ma può capitare che sia l’editor a trovare il nome perfetto per il tal personaggio o la soluzione per sbrogliare una situazione intricata: se l’autore lavora volentieri con te potrà cogliere e sviluppare il tuo suggerimento facendolo suo. È un equilibrio delicato ma indispensabile quello che separa il contributo dall’invadenza.

 

 

Nel corso della propria carriera, in quali altri problemi l’editor s’imbatte con più frequenza?

Al momento, con la crisi generale che aggrava la crisi già in atto nel settore, il problema è proprio trovare lavoro. Quando l’hai trovato, il problema è ottenere un compenso equo: si pubblicano sempre più libri e con tirature sempre più basse, quindi gli editori hanno meno soldi da investire in ogni singola opera e tempistiche sempre più strette. Non è solo un problema economico: lavorare con tempi stretti non aiuta a garantire la qualità e la meticolosità. Alla fine, quando scappa un errore, è uno smacco per l’editor. Però oggi funziona così. Trovo di tutto in tantissimi libri: errori di battitura, refusi, frasi che non stanno in piedi per una correzione fatta male, per esempio quando vuoi sostituire “il buio era fitto” con “l’oscurità era fitta” poi cambi idea con “le tenebre erano fitte” e va in stampa “l’oscurità erano fitto”. Cose che succedono, ma che si potrebbero evitare facendo rileggere il testo a un correttore di bozze bravo e “fresco”, cioè che non abbia lavorato al testo in precedenza. Quanti editori lo fanno ancora? Paradossalmente, spesso succede che case editrici di piccole o medie dimensioni si facciano scappare meno refusi, incongruenze e magagne, rispetto a case editrici più grandi che dovrebbero avere più risorse. Ma oggi importa ancora a pochi. Viviamo in un mondo assorbito dai social dove proliferano i “qanti qando qesto” i “xke’” i “l arancia” e persino perle come “il mio italiano non a nessun problema”. Ha senso che un editore investa ulteriormente per scrivere in un italiano corretto quando la gente legge poco e non perde un decimo di secondo a digitare una lettera o l’apostrofo? Forse oggi ha senso solo per noi maniaci andare a caccia di refusi. Paradossalmente succede anche il contrario: vengono segnalati come refusi ed errori delle precise scelte stilistiche, solo perché non vengono colte dal lettore di turno. In alcuni testi infatti, si usa intenzionalmente una forma non del tutto corretta, perché magari la voce narrante appartiene a un bambino o a un “non madrelingua”, quindi per renderla più realistica l’autore gli fa scappare qualche “a me mi”, lo fa scivolare sui congiuntivi, gli mette in bocca preposizioni non appropriate o una sintassi zoppicante. Un esempio su tanti si può trovare nello stupendo romanzo La primavera del lupo di Andrea Molesini, ma si può pensare anche alla parlata di Hagrid nella saga di Harry Potter. Ovviamente quelli non sono errori, anzi, sono una scelta consapevole che impreziosisce il testo caratterizzando i personaggi, rendendoli più reali, distinguendo le “voci”. Peccato che non sempre venga colta questa intenzione, anche quando è molto evidente.

 

 

Problemi legali?

Finora, per fortuna, no. Ma io sottopongo al parere legale preventivo tutti i miei contratti, così che non mi penalizzino fin dal principio. Partire con il piede giusto è fondamentale, sia come editor che come autrice.

 

 

Hai qualche aneddoto che vuoi condividere, positivo o negativo che sia?

Ne ho uno molto tenero. Una sera mi sono ritrovata a mangiare una pizza seduta di fronte a una delle mie scrittrici preferite: Marie-Aude Murail. Questo dopo aver fatto la revisione della traduzione di due sue opere tradotte e pubblicate in Italia: Gesù come un romanzoeNatale su tutti i piani. Abbiamo parlato di un sacco di cose, tra cui cosa vuol dire fare un editing a un autore esordiente rispetto all’editing a uno scrittore professionista con una carriera già avviata, concordando sul fatto che gli esordienti tendono a essere meno aperti ai suggerimenti e più permalosi (se non addirittura melodrammatici, ma questo l’ho detto io, non lei), mentre i professionisti accettano più facilmente le proposte dell’editor, sapendo per esperienza che vanno solo a loro vantaggio. Ha detto che però bisogna capire anche chi considera l’editing come una sofferenza perché, parole sue, “siamo fragili”. Come autrice mi ci sono ritrovata. Come editor mi ha stupito sentirlo dire da un mostro sacro (Marie-Aude Murail è Officier de la Légion d’honneur, massima riconoscenza che possa essere attribuita in Francia, per meriti artistici. I suoi libri sono tradotti in tutto il mondo e ne sono stati tratti film e rappresentazioni teatrali).

 

 

Quali sono i tempi di lettura e di revisione? Ci sono scadenze imposte?

Dipende. Essendo una free lance, e avendo anche altri lavori che richiedono molto impegno (sono autrice di libri per ragazzi, insegno scrittura creativa e mi occupo di promozione della lettura, soprattutto per bambini e ragazzi, ma anche tenendo corsi e incontri sulla Children’s literature rivolti agli adulti), quando ho richieste da parte dei singoli autori valuto caso per caso, propongo tempi e scadenze entro cui so di poter lavorare bene, poi sta all’autore vedere se può accettarli o meno, se ha fretta o no. Con gli editori è diverso: quando mi contattano vuol dire che l’uscita del libro è già programmata, quindi loro per primi hanno scadenze da rispettare con eventuali traduttori, grafici, tipografi, promotori, distributori… A loro do la precedenza e rispetto le scadenze che mi vengono date, perché non posso e non voglio essere l’ingranaggio che inceppa tutto il meccanismo.

 

 

I traguardi di cui vai più fiera?

La sopravvivenza. 😀

Ma anche un editore che racconta a tutti di quando, facendo la revisione a una traduzione, ho beccato un errore di continuità che era sfuggito anche all’editore della pubblicazione originale. In pratica: l’autore ha pubblicato un libro con uno svarione nel suo Paese, ma corretto qui in Italia, grazie a me. Certo, sono meno che bazzecole rispetto a tutto quello che accade nel mondo, ma nel micromondo del mio lavoro sono soddisfazioni.

 

Altra cosa che scalda il cuore: gli autori che ti inseriscono nei ringraziamenti a fine libro, quando invece ti sei sentita onorata tu di aver dato anche solo un minuscolo consiglio o un incoraggiamento fatto con entusiasmo sincero. E ormai ne ho una bella collezione.

 

 

Quale consiglio finale a chi volesse intraprendere questa carriera?

Sinceramente: provate, studiate, impegnatevi… ma cercate di avere pronto un “piano B” perché è un lavoro difficile in un ambiente sempre più asfittico, almeno qui in Italia. All’estero può essere molto diverso, anche se arrivano voci preoccupanti da alcuni Paesi che sembravano più organizzati e remunerativi del nostro, per esempio la Francia.

E non accettate lavori sottopagati o addirittura non retribuiti solo per farvi le ossa. Serve solo a rompere le ossa a chi lavora in un già difficile mercato, cosa che danneggerà anche voi.

 

*°*°*°*°*°*°*°*

Livia Rocchi ha iniziato a pubblicare racconti sulla rivista “Confessioni donna” nel 2004, diventando curatrice della rubrica “Realtà e teatro”. Dopo aver vinto il  Premio Internazionale Fiur’lini nella sezione di racconti per l’infanzia “Il Piccolo Principe”  nel 2008, decide di dedicarsi alla letteratura per l’infanzia sia come autrice, sia come editor, sia come promotrice della lettura. Da allora ha tenuto numerosissimi laboratori di scrittura per grandi e piccini, e ha pubblicato storie in tutte le forme: dalle filastrocche e racconti sul mensile Focus Pico, al progetto didattico Geostilton per De Agostini/Piemme, dal romanzo singolo Luna park, alla serie di gialli “Talent Angels”, agli albi illustrati. Come editor collabora sia con case editrici italiane che con singoli autori.
E’ contattabile tramite email o tramite la propria pagina Linkedin.

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